Cosa Sono le Fiabe Italiane? Come Calvino le Salvò

Cosa Sono le Fiabe Italiane? Come Calvino le Salvò

Nel 1954 la casa editrice Einaudi affidò a un giovane scrittore che ci lavorava dentro un incarico che oggi sembra impossibile: dare all'Italia il suo libro di fiabe. Qualcosa di paragonabile a quello che i fratelli Grimm avevano fatto per la Germania un secolo e mezzo prima.

Il giovane scrittore era Italo Calvino, aveva trent'anni, e il libro uscì nel 1956. Questa è la storia di come nacque — ed è una storia che vale la pena raccontare anche ai bambini, perché spiega perché certe storie sopravvivono e altre spariscono.

Il problema: le fiabe c'erano, ma nessuno poteva leggerle

Il punto di partenza non era il vuoto. Nell'Ottocento decine di studiosi italiani avevano girato le campagne raccogliendo racconti dalla voce dei contadini, dei pescatori, delle nonne. Il materiale esisteva, ed era enorme.

Il problema erano due muri. Il primo: ogni raccolta era pubblicata nel dialetto originale. Una fiaba siciliana era scritta in siciliano, una veneta in veneto. Un lettore di Milano non poteva leggere quella di Palermo, e viceversa.

Il secondo: erano libri per studiosi. Tirature piccole, edizioni introvabili, apparati filologici. Nessuna famiglia italiana aveva quei volumi in casa, e nessun bambino li avrebbe mai aperti.

Le fiabe italiane, in pratica, esistevano e non esistevano.

Quello che Calvino fece davvero

Qui c'è un equivoco che vale la pena chiarire, perché è quello che tutti danno per scontato: Calvino non andò in giro a raccogliere fiabe. Non girò l'Italia con un registratore, non intervistò nonne.

Fece un lavoro diverso e altrettanto difficile: lesse tutto quello che gli studiosi ottocenteschi avevano pubblicato, in tutti i dialetti, scelse duecento fiabe fra migliaia, e le tradusse in un italiano leggibile senza spegnerne il sapore locale.

Il titolo completo del libro dice esattamente questo, ed è la fonte più affidabile su cosa fu quel lavoro: Fiabe italiane raccolte dalla tradizione popolare durante gli ultimi cento anni e trascritte in lingua dai vari dialetti da Italo Calvino. «Trascritte in lingua dai vari dialetti» è la descrizione del mestiere.

Ci mise due anni.

Il criterio: sceglierne una fra venti

La parte più delicata fu la selezione. Della stessa fiaba esistevano spesso decine di versioni, una per valle, tutte leggermente diverse: cambiava il nome del protagonista, cambiava l'animale, cambiava il finale.

Calvino sceglieva la versione che funzionava meglio come racconto, e quando serviva integrava i dettagli mancanti prendendoli dalle altre varianti della stessa zona. Non inventava: ricomponeva.

È un lavoro che assomiglia molto a quello di un traduttore letterario, e infatti il libro si legge come un'opera d'autore pur non contenendo una sola storia inventata da lui.

L'ordine geografico, che non è un dettaglio

Una delle decisioni più interessanti fu come ordinare le duecento fiabe. Non per tema, non per personaggio, non alfabeticamente: per provenienza geografica, dal nord al sud, dalla Liguria alla Sardegna.

È una scelta che dice cosa Calvino pensava di quelle storie. Non racconti universali sospesi nel nulla, ma cose nate in un posto preciso, da gente precisa, con il paesaggio di quel posto dentro. Una fiaba di mare non poteva nascere in montagna.

Nella nostra raccolta l'esempio più chiaro è Il Principe Canarino, che nella raccolta di Calvino è una fiaba torinese: torri, palazzi, corte. E all'estremo opposto Il Principe Granchio, che comincia con una rete tirata su dal mare.

Cosa pensava delle fiabe

L'idea che attraversa tutto il lavoro di Calvino su queste storie è che le fiabe siano vere. Non nel senso che i fatti siano accaduti, ma nel senso che descrivono con precisione come funzionano le persone: chi tradisce, chi aiuta, chi aspetta, quanto costa crescere e cosa succede a chi prende la scorciatoia.

È il motivo per cui una fiaba di duecento anni fa continua a funzionare con un bambino di oggi. Le circostanze sono cambiate del tutto; le persone no.

Cosa sarebbe successo senza quel libro

Vale la pena chiederselo, perché è la parte che rende la storia raccontabile a un bambino.

Le fiabe raccolte nell'Ottocento erano già uscite dalla tradizione orale viva: la gente aveva smesso di raccontarsele davanti al fuoco molto prima del 1956. Sopravvivevano solo dentro quei volumi da studiosi. Senza qualcuno che le traducesse e le rimettesse in circolazione, sarebbero rimaste lì: tecnicamente conservate, di fatto morte.

È successo a un numero enorme di storie in tutta Europa. Quelle italiane si sono salvate perché a un certo punto un editore ha deciso che valeva la pena, e uno scrittore di trent'anni si è messo a leggere per due anni.

Come raccontarlo a un bambino

«Tanto tempo fa la gente si raccontava le storie a voce, e non le scriveva nessuno. Poi hanno smesso di raccontarle e stavano per sparire. Alcuni signori le avevano scritte, ma ognuno nella lingua del suo paese, e non si capivano. Allora uno scrittore le ha lette tutte, ne ha scelte duecento, e le ha riscritte in italiano perché tutti potessero leggerle. Questa che ascoltiamo stasera è una di quelle.»

Funziona bene perché contiene una piccola tensione — le storie stavano per sparire — e un salvataggio. Ai bambini di sei o sette anni l'idea che una storia possa morire fa molta impressione.

Poi si comincia da Buchettino, o da Giovanni il Coraggioso se si vuole ridere.

Chi erano gli studiosi su cui Calvino lavorò

Le duecento fiabe non uscirono dal nulla: dietro c'erano generazioni di raccoglitori ottocenteschi, quasi tutti oggi dimenticati fuori dall'ambiente accademico. Vale la pena nominarne almeno alcuni, perché il merito è tanto loro quanto di Calvino.

Giuseppe Pitrè (Palermo, 1841-1916) è il più importante. Medico di professione, dedicò la vita a raccogliere il folklore siciliano e pubblicò nel 1875 una raccolta monumentale di fiabe, novelle e racconti popolari siciliani. Girava per Palermo a visitare i malati e si faceva raccontare le storie dalle pazienti.

Vittorio Imbriani e Domenico Comparetti lavorarono su altre aree della penisola nella stessa stagione, e Gherardo Nerucci raccolse le novelle della zona di Montale, in Toscana.

Erano filologi: pubblicavano il testo nel dialetto originale, con l'apparato di note, per altri studiosi. Non pensavano ai bambini né alle famiglie. Il loro lavoro fu conservare; quello di Calvino, ottant'anni dopo, fu rimettere in circolazione.

Cosa successe dopo il 1956

Il libro ebbe un successo che l'editore non si aspettava. Non era pensato come libro per bambini — usciva in due volumi, con note e indici — ma le famiglie cominciarono a comprarlo per leggerlo ai figli, e le riedizioni si moltiplicarono, comprese antologie ridotte pensate esplicitamente per l'infanzia.

L'effetto secondario fu su Calvino stesso. Prima delle Fiabe italiane era un giovane scrittore neorealista, autore di un romanzo sulla Resistenza. Subito dopo pubblicò Il barone rampante (1957) e completò la trilogia dei Nostri antenati, che sono romanzi con la logica della fiaba: un uomo tagliato a metà, un ragazzo che vive sugli alberi, un cavaliere vuoto dentro l'armatura.

Due anni passati dentro duecento fiabe gli avevano cambiato il modo di scrivere. È forse il caso più chiaro in cui si vede un autore trasformato dal materiale che stava semplicemente ordinando.

Perché questa storia si racconta bene ai bambini

Ha tutti gli ingredienti di una fiaba, ed è vera.

C'è un tesoro nascosto (duecento storie), c'è il rischio che vada perduto per sempre, c'è un ostacolo apparentemente insormontabile (cento libri in venti lingue diverse), e c'è qualcuno che si mette al lavoro e ci mette due anni. Il finale è che il tesoro si salva e adesso è di tutti.

Ai bambini di sei o sette anni fa impressione soprattutto un punto: che una storia possa morire. È un concetto che non avevano considerato — le storie a quell'età sembrano esistere e basta, come gli alberi — e capire che qualcuno deve occuparsene perché sopravvivano cambia un po' il modo in cui le trattano.

E oggi?

La domanda finale che vale la pena porsi: e adesso che le fiabe non si raccontano più a voce nemmeno in famiglia, cosa le tiene vive?

La risposta onesta è che il meccanismo di trasmissione è cambiato di nuovo. Nel Settecento passavano di bocca in bocca; nell'Ottocento vennero congelate nei libri degli studiosi; nel 1956 furono tradotte e rimesse in circolo su carta. Oggi il canale che raggiunge davvero i bambini è la voce registrata — non intorno a un fuoco, ma da un altoparlante prima di dormire.

È un giro completo, in un certo senso: dalla voce alla carta e di nuovo alla voce. Le sei fiabe della nostra raccolta sono un pezzetto di quel ritorno, narrate perché tornino a essere ascoltate invece che lette.

Il dato che mette tutto in prospettiva

Duecento fiabe scelte fra molte migliaia. È il numero che vale la pena tenere a mente, perché dice quanto era grande il patrimonio e quanto poco ne è arrivato fino a noi in forma leggibile.

Tutto quello che non entrò nella selezione esiste ancora, nelle raccolte ottocentesche, in biblioteche universitarie. Tecnicamente non è perduto. Praticamente lo è, perché nessuno lo traduce e nessuno lo legge — che è esattamente la condizione da cui Calvino salvò quelle duecento.

Sei di quelle duecento sono in questa raccolta, adattate e narrate. Una goccia, ma è la goccia che arriva a un bambino stasera.

Leggi anche: Chi era Italo Calvino? · Le fiabe regione per regione · Le fiabe italiane più famose

Ascolta le fiabe salvate da quel libro nella raccolta di fiabe italiane.