5 Valori delle Fiabe Italiane che Ogni Bambino Dovrebbe Conoscere
Le fiabe della tradizione italiana hanno una caratteristica che le distingue da molte fiabe di corte: i protagonisti quasi non hanno niente. Non sono principi, non hanno poteri, non arriva una fata a risolvere. Hanno una buona idea, o una buona indole, e con quella se la cavano.
È un dettaglio che cambia parecchio quello che un bambino impara ascoltandole. Ecco i cinque valori che tornano più spesso nelle sei fiabe della nostra raccolta, e dove si vedono meglio.
1. L'astuzia vale più della forza
È il valore più italiano di tutti, e attraversa mezza raccolta di Calvino. Il piccolo che batte il grande non lo fa combattendo: lo fa pensando meglio.
Buchettino è l'esempio perfetto. Un bambino grande quanto un pollice finisce nelle mani di un orco goloso, e non ha nessuna possibilità in uno scontro diretto. Quello che ha è la capacità di osservare la situazione e trovare la crepa. La fiaba non dice mai «sii furbo»: mostra un bambino che lo è, e lascia che il piccolo ascoltatore capisca da solo.
Funziona particolarmente bene con i bambini che si sentono piccoli — di statura, di età, di posizione tra fratelli.
2. La gentilezza si nota, la maleducazione anche
Il Gatto Mostro è costruito interamente su questo. Due sorelle, lo stesso viaggio, lo stesso gatto gigante. Una si comporta bene, l'altra no, e i risultati sono diversi.
È la struttura più antica della fiabistica europea e continua a funzionare perché non è un giudizio morale calato dall'alto: è una conseguenza. Il bambino non sente «devi essere gentile», vede cosa succede a chi non lo è.
Da chiedere dopo: «Secondo te la seconda sorella aveva capito, alla fine?» — le risposte sono spesso più interessanti della fiaba.
3. La pazienza rompe gli incantesimi
In un mondo dove tutto arriva in pochi secondi, le fiabe chiedono una cosa rara: aspettare.
Il Principe Granchio è la fiaba della pazienza. Un principe è intrappolato nel corpo di un granchio, e la figlia del pescatore non lo libera con un gesto eroico: lo libera restando, con lealtà, per il tempo che serve. È la più lenta delle sei ed è proprio questo il punto.
Consigliata ai bambini che vogliono tutto subito — non perché li sgridi, ma perché mostra qualcuno della loro età che scopre da solo che certe cose hanno i loro tempi.
4. Il coraggio non è assenza di paura (ed è anche buffo)
Giovanni il Coraggioso prende il tema del coraggio e lo ribalta con l'umorismo. Giovanni non ha mai avuto paura, quindi affronta fantasmi e folletti con una tranquillità che li lascia disarmati. Chi fa la figura ridicola non è lui: sono i mostri.
È una fiaba utilissima per i bambini che hanno paura del buio o dei rumori di notte, perché sposta il registro. Dopo averla ascoltata, il fantasma smette di essere una minaccia e diventa un personaggio un po' goffo.
Il coraggio in versione seria sta invece in Il Corpo Senza Anima, dove il protagonista ha ben chiaro il rischio e va avanti lo stesso. Le due fiabe insieme raccontano le due facce della stessa cosa.
5. L'amore che aspetta e che riconosce
Il Principe Canarino chiude il cerchio. Una principessa in una torre, un principe che si trasforma in uccello per raggiungerla, una matrigna che tenta di rovinare tutto. L'amore della fiaba non è un colpo di fulmine: è costanza, e capacità di riconoscere l'altro anche quando ha cambiato forma.
Per un bambino di quattro anni la lettura è più semplice e altrettanto valida: c'è qualcuno che continua a tornare anche quando è difficile.
Perché una fiaba popolare arriva meglio di una favola con la morale
La differenza sta in dove si trova la lezione. In una favola di Esopo la morale è scritta alla fine, dichiarata. Nella fiaba popolare non c'è: sta dentro la trama, e il bambino la estrae da solo.
Le due cose non si escludono — anzi funzionano bene insieme — ma agiscono in modo diverso. La morale esplicita si impara; quella implicita si capisce, e quello che si capisce da soli resta molto più a lungo.
Domande da fare dopo l'ascolto
- Buchettino: «Cosa avresti fatto tu al posto suo?»
- Il Gatto Mostro: «Perché le due sorelle hanno avuto risultati diversi?»
- Il Principe Granchio: «Cosa sarebbe successo se si fosse stancata di aspettare?»
- Giovanni il Coraggioso: «I fantasmi facevano davvero paura, o no?»
- Il Principe Canarino: «Come ha fatto a riconoscerlo?»
- Il Corpo Senza Anima: «Perché lo stregone aveva nascosto l'anima così lontano?»
Perché nessun protagonista ha poteri
Se si guardano le sei fiabe di fila, salta all'occhio una cosa: nessuno dei protagonisti ha niente di speciale. Buchettino è minuscolo. Giovanni è solo allegro. La figlia del pescatore è una figlia di pescatore. Il ragazzo del Corpo Senza Anima parte a mani vuote.
La magia c'è, ma sta sempre dalla parte dell'ostacolo: l'orco, lo stregone, l'incantesimo, il gatto gigante. Chi la possiede è chi va battuto.
Questa asimmetria non è casuale ed è la cosa più preziosa che queste storie offrono a un bambino. Le fiabe di corte dicono, sotto sotto, che chi nasce speciale vince. Le fiabe popolari dicono l'opposto: chi non ha niente può farcela lo stesso, se pensa bene e si comporta bene. Erano storie raccontate da gente che non aveva niente.
Per un bambino che si sente il più piccolo, il meno bravo o il meno ascoltato, è una differenza che si sente.
L'errore di cercare la morale a tutti i costi
C'è una tentazione naturale, alla fine di una fiaba, di chiudere con la frase che spiega. «Hai visto? Bisogna essere gentili.» È il gesto più comprensibile del mondo e quasi sempre spegne il lavoro che la storia aveva appena fatto.
La ragione è che la fiaba popolare non ha una morale sola. Il Gatto Mostro parla di gentilezza, ma anche di come ci si comporta con gli sconosciuti, e di cosa succede quando si imita qualcuno senza capire perché gli è andata bene. Un bambino di quattro anni ne pesca una; a sei ne pesca un'altra. Se il genitore ne dichiara una, chiude le altre.
Le favole di Esopo funzionano al contrario: la morale è dichiarata alla fine perché è quello il patto. Ma le due cose non si mescolano bene — applicare il metodo Esopo a una fiaba popolare la riduce di parecchio.
Sostituzione pratica: invece di «hai visto che...», provate «tu cosa ne pensi?». Costa una parola in più e lascia il lavoro al bambino.
Quando la lezione arriva in ritardo (ed è normale)
Una cosa che tranquillizza molti genitori: il valore di una fiaba non si vede la sera stessa. Il bambino ascolta, gli piace, chiede l'acqua e si addormenta. Nessun segno di aver capito niente.
Poi, due settimane dopo, davanti a una situazione qualsiasi, dice qualcosa che viene chiaramente da lì. Le fiabe lavorano così: depositano una forma, e quella forma torna utile quando serve.
Per questo il riascolto conta più della quantità. Sei fiabe ascoltate cinque volte ciascuna lasciano molto più di trenta fiabe ascoltate una volta sola. Non è pigrizia del bambino che chiede sempre la stessa: è il meccanismo che funziona.
Un valore che non è nella lista, ma c'è
Vale la pena nominarlo perché è il più italiano di tutti e non entra facilmente in un elenco: l'arte di cavarsela.
Non è esattamente l'astuzia, e non è il coraggio. È la capacità di guardare una situazione storta e trovare comunque un modo — improvvisando, adattandosi, usando quello che c'è. Buchettino lo fa, Giovanni lo fa senza nemmeno accorgersene, e il ragazzo del Corpo Senza Anima lo fa per tutto il viaggio.
È un tratto culturale prima che morale, e vederlo raccontato bene a un bambino di cinque anni vale più di qualsiasi spiegazione.
Un valore per ogni fiaba, in una riga
Se vi serve la versione da frigorifero, per scegliere in fretta la sera:
- Buchettino — l'intelligenza vale più della forza
- Il Gatto Mostro — come tratti gli altri torna indietro
- Il Principe Granchio — certe cose si sciolgono solo con il tempo
- Giovanni il Coraggioso — quello che fa paura spesso è più ridicolo che pericoloso
- Il Principe Canarino — riconoscere chi ami anche quando è cambiato
- Il Corpo Senza Anima — ogni potere ha un punto debole, basta cercarlo
Valori che invecchiano male, e come gestirli
Onestà obbliga: non tutto quello che c'è dentro le fiabe popolari è condivisibile oggi. Sono storie nate in società molto diverse, e certi automatismi si notano — ruoli femminili passivi, matrigne sempre cattive, obbedienza premiata come virtù in sé.
Nei nostri adattamenti abbiamo smussato i più stridenti, ma non li abbiamo eliminati del tutto, perché farlo significherebbe riscrivere le storie da zero. La principessa del Principe Canarino aspetta, e la matrigna è gelosa, come nella tradizione.
La strada migliore non è evitare quelle fiabe: è commentarle. «Secondo te poteva fare qualcosa lei, invece di aspettare?» apre una conversazione che vale più di qualsiasi versione ripulita. Un bambino di sei anni è perfettamente in grado di notare che una storia antica pensava in modo antico, se qualcuno gliela mette in mano.
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Ascolta le fiabe nella raccolta di fiabe italiane.